Mushy room
Entrare in punta di piedi in una stanza sconosciuta e misteriosa. Ecco un modo grossolano (non me ne vengono di migliori…) per descrivere l’esperienza dell’ascolto di Analitica dell’Immaginazione, il cd di Mushy appena pubblicato dall’etichetta italiana indipendente Cold Current. Scrivere intorno al disco, poi, è impresa tutt’altro che facile perché ancora più prossimo appare il rischio di rovinare la freschezza di un approccio “musicale”… (musicale? Ma è davvero il termine adatto?) assolutamente originale. Dire di cosa è costituito il disco è semplice, ma purtroppo ultra-riduttivo: loop, elettronica distorta, parlato e – soprattutto – mugolii. Sì, mugolii… la voce di Mushy squarcia il silenzio con la sua dolce e triste passionalità vocale, i suoni scemano, si annullano, spariscono… resta solo la sua voce, che è ora un pianto di sofferenza ora un godimento estremo e inafferrabile. Sfuggente e non catturabile, come tutti i godimenti, esso resta sospeso tra la disperazione e il rapimento quasi estatico, tra la sofferenza e la gioia del grido, tra la crudezza e un’ingenuità persino tenera. Inutile parlare dei singoli brani… servirebbe a poco o nulla citare le ascendenze musicali, dato che forse questa nemmeno può dirsi musica… ma che importa? Che importa se la melodia si nasconde, se l’armonia non si lascia catturare… ciò che importa è farsi rapire in questo bozzolo di crisalide per guardare le pareti scrostate; farsi sedurre dagli sprazzi di questa voce-presenza, da questa invasione della presenza che trattiene l’ascoltatore togliendogli anche il diritto di “immaginare”. Nessuna immagine, niente figure: solo la voce e i rumori, le pause e i respiri che arrivano dritti come un servizio di Ivanisevic (per la risposta – ragazzi miei – c’è poco da stare a pensarci…). E, nonostante tutto, si tratta di un disco utopico; un’utopia di sangue e grumi (che però nulla concede all’estetica del meledettismo d’accatto che va tanto di moda), l’utopia di una comunicazione non parziale nella quale non valgano teoremi e argomentazioni, ma solo la monadica presa d’atto della propria fragilità e dell’impossibilità di essere altro da ciò che si è. Un pasto nudo, grezzo, in discontinuità con tutto… con il suono, con il mondo, con le proprie speranze. Più che un’analitica, quindi, un groviglio in cui confondere le esistenze; ammettere la propria disperazione senza tuttavia riuscire ad esorcizzarla; assistere agli sfoghi delle proprie pulsioni senza tuttavia riuscire a comprenderle o a farle essere oggetto di analisi. Il disco di un animale, quindi: un animale che si affaccia alla vita a nervi scoperti e senza protezione. In tempi di compiacimenti e lirismi approssimativi, è un peccato che questo non sia il disco di una poetessa allegato al suo libro fatto solo di scarabocchi infantili, sarebbe stata la più bella e velenosa delle provocazioni. Ma no, Mushy non vuole provocare nessuno, non ne vale la pena… men che meno vale la pena di sprecare altra retorica per un lavoro che mette in ombra commenti e postille. È gia troppo, meglio soprassedere.