Mary e Cloe (in-utero)
Sul vagone verde della metropolitana che l’avrebbe portata a casa Mary stava pensando ancora al film. Era contenta per quella serata trascorsa assieme alla sorella, e poi il film era stato davvero niente male. A Mary piaceva pensare ai film che aveva appena visto mentre ritornava a casa con la metro; sì, d’accordo, era una cosa che dava un certo senso di solitudine, ma a Mary piaceva lo stesso. Cloe era seduta sul sedile accanto al suo e sembrava che stesse dormendo. In realtà era quasi distesa; Mary la guardava cercando di scoprire quali fossero quei piccoli particolari che le distinguevano, ciò che le rendeva riconoscibili, diverse l’una dall’altra. Quando Cloe dormiva Mary la guardava spesso; si domandava se anche Cloe avesse la stessa abitudine, ma non glielo aveva mai chiesto. Avevano diciannove anni e si somigliavano ogni giorno di più, più del giorno in cui erano nate, più della foto di carnevale, più di quanto i loro stessi genitori avessero mai immaginato.
Il vagone era deserto… il rumore dei binari si ripeteva… Mary continuava a guardare Cloe che dormiva come se la vedesse per la prima volta. Anch’io avrò questa espressione quando dormo – pensava Mary –, farò anch’io questi piccoli sbuffi ogni tanto, strofinerò anch’io la guancia contro il cuscino tirando quasi impercettibilmente su col naso… Pensava a queste cose, Mary, e intanto le venne voglia di vedere meglio il viso della sorella.
Quando allungò la mano per scostare i capelli biondissimi che le erano calati sugli occhi, Cloe si agitò un po’ sul sedile, emise qualche mugolio sommesso e poi iniziò a parlare. Mary non volle fermarla, tanto sul vagone c’erano soltanto loro.
– Mmm… dai… non adesso, no… No, no, qualcuno potrebbe sentirci… dai, non siamo soli, non voglio... per favore.
Mary continuò ad accarezzarle la testa facendo attenzione a non svegliarla. Non aveva mai sentito sua sorella parlare nel sonno e quel fatto insolito la incuriosiva non poco. Guardò l’orologio; ci voleva ancora un po’ prima che fossero arrivate alla loro fermata.
– No, fermo… non possiamo… c’è mia sorella… potrebbe svegliarsi… Mia sorella, sì… dorme in camera con me… sì, siamo uguali… gemelle… No, non voglio, ho detto… mi vergogno.
Mary capì che cosa stesse sognando la sorella ed ebbe la sensazione di arrossire, anche se non poteva vedersi. Per un attimo fu tentata di svegliarla, in effetti era tutto piuttosto imbarazzante. Ora la sveglio – si disse –, lei al posto mio lo farebbe.
– Andiamo smettila! Smettila, ho detto!
Cloe ebbe un sussulto, si attorcigliò ancora di più su se stessa e si aggrappò forte alla sorella. Mary era sempre al suo fianco e sentiva l’agitazione della sorella come fosse sua.
– Mary… ma… sei tu.
Mary passò delicatamente una mano sul viso della sorella pensando che si fosse svegliata, ma presto Cloe ricominciò a parlare. Stava ancora sognando.
– Dov’è andato quello lì? L’hai mandato via? Oh, Mary io non volevo, sai, ma quello insisteva… Voleva svegliarti, voleva vedere anche te… voleva vedere se siamo davvero uguali. Io gliel’ho detto che stavi dormendo, che non dovevamo svegliarti, ma quello insisteva… Ma ora non c’è più, eh? L’hai mandato via, non è vero?
Mary non rispondeva. Adesso sentiva un po’ di caldo. Si chiedeva se la sua voce sarebbe riuscita a tranquillizzare la sorella, ma pensò che era meglio se non diceva niente.
– Mary, quell’uomo era cattivo… voleva separarci… Io volevo che tu mi aiutassi, ma non ci riuscivo, non riuscivo a chiamarti… Tu dormivi e non potevi aiutarmi… per un attimo ho pensato che mi avessi abbandonato… Oh, Mary scusami, ero tanto spaventata.
Adesso erano entrambe riavvolte e strette l’una all’altra. Mary poteva sentire il respiro di Cloe: piano piano si stava calmando… adesso si sentiva al sicuro, con lei accanto.
– Non voglio vederlo più… mai più. Non voglio pensarci più… è brutto e cattivo… è cattivo e non sa giocare… brutto e cattivo… non sa giocare come noi.
La voce di Cloe era diventata un sussurro e Mary riusciva a capirla soltanto perché erano davvero vicine. Guardò la sorella e la vide piccola come una bambina; si chiese se anche lei fosse così fragile e impaurita. In effetti era una domanda del tutto inutile: la risposta la conosceva da sempre. Si domandò se Cloe avrebbe ricordato qualcosa di quel sogno… In quel momento desiderò di addormentarsi anche lei, di sognare nel buio per poi magari dimenticarsi di tutto.
Adesso erano così vicine… quasi unite, e tenevano tutte e due gli occhi chiusi. Cloe, che aveva smesso di parlare, prese lentamente la mano di Mary.
Qualche minuto più tardi, giusto un po’ prima di arrivare alla loro fermata, Cloe si svegliò. Ancora intontita si raddrizzò sul sedile, si diede uno sguardo intorno e poi posò gli occhi su Mary:
– Che cosa è successo? Perché siamo così sudate?
pacifico
ERRARE
DAVANTI
A MURI
SCREZIATI
STRAZIATI (?)
DA SCRITTE
DI POVERI
AMANTI
Cigarettes, ice cream, figurines of the virgin mary...
Mushy room
Entrare in punta di piedi in una stanza sconosciuta e misteriosa. Ecco un modo grossolano (non me ne vengono di migliori…) per descrivere l’esperienza dell’ascolto di Analitica dell’Immaginazione, il cd di Mushy appena pubblicato dall’etichetta italiana indipendente Cold Current. Scrivere intorno al disco, poi, è impresa tutt’altro che facile perché ancora più prossimo appare il rischio di rovinare la freschezza di un approccio “musicale”… (musicale? Ma è davvero il termine adatto?) assolutamente originale. Dire di cosa è costituito il disco è semplice, ma purtroppo ultra-riduttivo: loop, elettronica distorta, parlato e – soprattutto – mugolii. Sì, mugolii… la voce di Mushy squarcia il silenzio con la sua dolce e triste passionalità vocale, i suoni scemano, si annullano, spariscono… resta solo la sua voce, che è ora un pianto di sofferenza ora un godimento estremo e inafferrabile. Sfuggente e non catturabile, come tutti i godimenti, esso resta sospeso tra la disperazione e il rapimento quasi estatico, tra la sofferenza e la gioia del grido, tra la crudezza e un’ingenuità persino tenera. Inutile parlare dei singoli brani… servirebbe a poco o nulla citare le ascendenze musicali, dato che forse questa nemmeno può dirsi musica… ma che importa? Che importa se la melodia si nasconde, se l’armonia non si lascia catturare… ciò che importa è farsi rapire in questo bozzolo di crisalide per guardare le pareti scrostate; farsi sedurre dagli sprazzi di questa voce-presenza, da questa invasione della presenza che trattiene l’ascoltatore togliendogli anche il diritto di “immaginare”. Nessuna immagine, niente figure: solo la voce e i rumori, le pause e i respiri che arrivano dritti come un servizio di Ivanisevic (per la risposta – ragazzi miei – c’è poco da stare a pensarci…). E, nonostante tutto, si tratta di un disco utopico; un’utopia di sangue e grumi (che però nulla concede all’estetica del meledettismo d’accatto che va tanto di moda), l’utopia di una comunicazione non parziale nella quale non valgano teoremi e argomentazioni, ma solo la monadica presa d’atto della propria fragilità e dell’impossibilità di essere altro da ciò che si è. Un pasto nudo, grezzo, in discontinuità con tutto… con il suono, con il mondo, con le proprie speranze. Più che un’analitica, quindi, un groviglio in cui confondere le esistenze; ammettere la propria disperazione senza tuttavia riuscire ad esorcizzarla; assistere agli sfoghi delle proprie pulsioni senza tuttavia riuscire a comprenderle o a farle essere oggetto di analisi. Il disco di un animale, quindi: un animale che si affaccia alla vita a nervi scoperti e senza protezione. In tempi di compiacimenti e lirismi approssimativi, è un peccato che questo non sia il disco di una poetessa allegato al suo libro fatto solo di scarabocchi infantili, sarebbe stata la più bella e velenosa delle provocazioni. Ma no, Mushy non vuole provocare nessuno, non ne vale la pena… men che meno vale la pena di sprecare altra retorica per un lavoro che mette in ombra commenti e postille. È gia troppo, meglio soprassedere.
Mary Ann si accorse che doveva fare presto, molto presto. Se voleva arrivare in tempo non c’era davvero nemmeno un attimo da perdere.
– Mary Ann, dai scendi.
– Sì mamma, arrivo.
Eppure era sicura che poteva farcela. Mary Ann aveva diciassette anni e andava al liceo; era una ragazza carina ed era anche piuttosto brava a scuola. Forse, in effetti, era più carina che brava, ma il fatto era che a volte la scuola riusciva a diventare davvero noiosa, perché stupida Mary Ann non lo era di certo. Sì, lo so, a volte fantasticava un po’ troppo e il suo sguardo sopra la lavagna spesso perdeva di vista i numeri e i presidenti degli Stati Uniti e la combinazione del bisolfato di zinco… Era per questo che a scuola la chiamavano Mary Nuvola Ann; per il resto, però, era davvero una ragazza ok, lo giuro. Ora Mary Ann stava facendo più velocemente possibile il calcolo del tempo che ci avrebbe messo: allora, quaranta secondi per scendere dalla finestra, cinquanta da casa sua fino all’angolo dell’edicola di Bob, poi da lì avrebbe impiegato un minuto per prendere l’erba e scendere la collinetta fino ad arrivare all’imbocco del ponte ferroviario; in un minuto e quarantacinque avrebbe sceso la scaletta di ferro e sarebbe arrivata all’inizio di Hollyspark Street; infine da lì alla RSB non avrebbe impiegato più di quaranta secondi… volendo avrebbe potuto anche dare una sbirciatina ai nuovi cartelloni del venerdì dell’Emerald.
Pensò che, solitamente, dalla prima chiamata della mamma fino al momento di dover scendere davvero per la cena, potevano passare anche dodici o tredici minuti; sì, dai, si poteva fare, c’era tutto il tempo.
– Mamma, vado un minuto in bagno e arrivo.
– Va bene. Prima di scendere spegni la stufa in camera di tuo fratello.
– Sì, mamma.
Mary Ann si aggiustò il suo nastro rosso fra i capelli e prese il numero uno di Blondes prima di scavalcare furiosamente la finestra, lambire i bordi della tettoia con le sue scarpette basse e appendersi a un ramo del tiglio per raggiungere terra. Mentre correva sul viale iniziando ad affannare leggermente si rimproverò di non sopportare i reggiseni; se le sentiva ballare vigorosamente di sotto. Quando tagliò per i prati per scendere più in fretta la collina, un mucchietto di terriccio le si infilò nelle scarpe aperte: se le tolse, e mentre l’erba umida le faceva un piacevole solletico, si ricordò di quella mattina in cui, prima di andare a scuola, era passata da Bob per comprare il primo numero di Blondes che adesso teneva sotto il braccio. Le venne in mente il sorriso paterno di Bob mentre le consegnava il resto; a dire il vero non avrebbe saputo dire se quello fosse sul serio uno sorriso paterno. Suo padre era morto quando lei non aveva nemmeno tre anni e definirlo vago, il suo ricordo di lui, sarebbe già un bel po’ eccessivo. Sulla scaletta di ferro pensò per un attimo a sua madre e si disse che in fondo avrebbe potuto dirglielo… Sì, certo, ma non le sarebbe convenuto. La conosceva già, la sua risposta: “Andiamo, Mary Ann, potevi ricordartene prima. Ormai la trasmissione sarà quasi finita e noi stiamo per metterci a tavola”. No, no, meglio fare tutto di nascosto.
Cercò di non pensare più a nulla, e fu soltanto quando arrestò la sua corsa davanti all’ingresso di Radio Sweet Beat che si accorse che il suo cuore le batteva mica poco. Mancavano soltanto tre minuti alla fine quando mostrò il suo numero di Blondes all’addetto e ritirò il tostapane d’acciaio che la radio aveva messo in palio quel giorno. Era soltanto la terza ragazza che andava ritirarlo e questa ridotta compagnia le rese la sua vincita ancora più gradita. Tornando a casa pensò di essere stata davvero fortunata a comprare quel numero di Blondes stampato per errore senza la s finale; la direzione della rivista aveva rimandato, quella mattina stessa, i distributori dagli edicolanti per ritirare dalla circolazione le copie sbagliate. In giro c’era un’altra rivista che si chiamava Blonde e che avrebbe potuto chiedere i diritti per l’uso improprio di un marchio registrato. Era stata davvero fortunata a comprare quel numero prima che i distributori andassero a ritirarlo assieme agli altri.
Il tostapane era davvero bello. Tutto d’acciaio cromato con linee avvolgenti e dolci curve. Sì, certo, un tostapane ce l’avevano già, ma era vecchio e non sarebbe durato in eterno. E poi quello che avevano era piuttosto bruttino, anzi anonimo; in questo qui invece ci si poteva specchiarsi dentro, tanto era lucido e brillante. Fece attenzione alla scaletta di ferro: sarebbe stato da stupidi rovinarsi un vestito per aver voluto guadagnare un tostapane… Che tostapane, però! La mamma forse l’avrebbe rimproverata un po’… sì, va bene, ma Mary Ann era sicura che a farle vedere il tostapane sarebbe ritornata di buon umore e le avrebbe dato un bacio sulla guancia e un carezza sui capelli. A volte poteva essere pedante, ma non lo faceva mica apposta.
Anche con il fagotto del tostapane cercava di mantenere una buona andatura: forse sua madre s’era accorta che lei non c’era e non voleva che stesse troppo in pensiero.
Sul viale si accorse che qualcosa brillava in direzione di casa sua e affrettò il passo. Quando la raggiunse ansando, quello che vide fu fumo nero e fuoco e qualche vicino allarmato. Mari Ann pensò “La stufa!”, poi gridò “Mamma!” e si lanciò verso casa lasciando cadere il tostapane cromato che aveva vinto a Radio Sweet Beat.